Coding for everyone! Perché decidere di diventare insegnanti “computazionali”

Grazie ad una cara collega e amica, in questi giorni ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con la comunità virtuale di EMMA (EuropeanMultipleMOOCAggregator) una piattaforma europea che si occupa di gestire e favorire i MOOCs. I MOOCs “sono la più recente evoluzione dell’apprendimento online” e permettono a utenti di tutto il mondo di formarsi, apprendere e confrontarsi attraverso una serie di corsi gestiti da una rete di università europee. Tra questi ha preso avvio proprio ieri (con la prima lezione in streaming) un corso, a mio avviso, molto interessante: “Coding in your Classroom, Now”, gestito dall’Università di Urbino e tenuto dal docente Alessandro Bogliolo. Ora, senza entrare in merito alla struttura del corso e al metodo, è importante capire di cosa si tratta esattamente. Perché chi non ha mai sentito parlare di coding (termine informatico legato principalmente alla programmazione) potrebbe avere, sino a questo punto, grandi difficoltà a capire cosa significhi “fare coding in classe”. L’idea del corso è quella di introdurre il pensiero computazionale in classe attraverso il coding (quindi il linguaggio informatico e non solo), usando attività intuitive e divertenti da proporre direttamente agli alunni. Gli insegnanti si formano e sperimentano contemporaneamente. Non bisogna cadere però nel tranello di pensare “Io con l’informatica non ho niente a che fare… Il linguaggio informatico è freddo e impersonale… Meglio stare nel metodo tradizionale”. Posto che esista un metodo tradizionale serio ed efficace ma soprattutto universale, posto che non bisogna essere programmatori per applicare il metodo computazionale… assodato che anche l’informatica ha un cuore (basti pensare ai mondi che è riuscita a generare, alla creatività e alla fantasia dei programmatori che hanno regalato un nuovo modo di vivere la realtà… o ai progressi fatti anche in ambito didattico dovuti a software sempre più innovativi) il pensiero computazionale può essere per tutti. Forse già lo utilizzate e non ne siete consapevoli… proprio come un po’… è capitato a me. Segnatevi da qualche parte la parola CONSAPEVOLEZZA perché ci tornerò a breve e focalizzerò la mia attenzione proprio su questo aspetto.
Iniziamo a pensare al coding come un nuovo linguaggio (si ritiene che possa essere addirittura paragonato a una L2) che permette di esprimere, divertendosi, la naturale tendenza che abbiamo a creare e a sviluppare nuovi percorsi in grado di renderci più semplici le cose. Questo tipo di linguaggio (semplice e rigoroso) non fa altro che favorire e sviluppare il pensiero computazionale. Noi impariamo ad “esprimerci” con un nuovo linguaggio e, allo stesso tempo, sviluppiamo un nuovo modo di pensare e risolvere problemi. Quando dobbiamo programmare una macchina è necessario fornirle una serie di istruzioni semplici, dettagliate, efficaci e rigorose. Non facciamo altro che spiegare alla macchina quale procedimento applicare per risolvere una serie di “problemi”. Questo procedimento non è altro che la spiegazione di un ragionamento che dev’essere portato avanti per raggiungere l’obiettivo prefissato. Noi stessi, quando abbiamo la necessità di spiegare quale ragionamento abbiamo fatto per ottenere un risultato, dobbiamo sforzarci a formulare degli enunciati chiari e precisi al fine di essere compresi. Questo è possibile però solo nel caso in cui noi ci siamo resi consapevoli del procedimento utilizzato. E qui torniamo al discorso della consapevolezza. Vi faccio un esempio pratico. A scuola mi capita spesso di leggere con i bambini delle immagini. Loro ovviamente osservano l’immagine e immediatamente mi sanno dire di cosa si tratta. Poniamo che io abbia mostrato loro questa illustrazione

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Cosa rappresenta? I bambini probabilmente risponderanno subito “siamo all’ospedale”. Ma se io chiedo perché e come fanno ad esserne sicuri loro mi diranno lapidari “Si vede”. A questo punto io insisto per stimolare in loro la consapevolezza del fatto che il loro cervello è molto abile (anche a loro insaputa) a decodificare i segni (gli elementi rappresentati nel disegno) e a trovare dei significati che permettono di leggere l’immagine immediatamente. Proviamo così a vedere pezzo per pezzo cosa il nostro cervello ha captato con la vista, registrato e elaborato col cervello. A quel punto i bambini iniziano a elencare tutti quegli elementi che caratterizzano l’ambiente “ospedale”: “Ci sono tanti letti” – “Un bambino ha la gamba ingessata” – “Un medico prende degli appunti” – L’infermiera somministra una medicina”. Ma io incalzo con altre domande: “Il fatto che ci siano tanti letti ti fa capire che siamo in una stanza di ospedale? Non hai mai visto una cameretta con tanti letti?” – “Ok, il bambino ha la gamba ingessata… ma non per questo (solo per questo!) possiamo dire che si trovi in ospedale” – “Come fai a sapere che quel signore (che poi è un animale… ma al bambino questo non importa, non è determinante che gli animali non frequentino ospedali) è un medico e quella signora un’infermiera?”. A questo punto bisogna fare i conti con la consapevolezza e i bambini hanno una sorta di “illuminazione”: i letti sono di ospedale perché hanno la cartelletta appesa sopra; il bambino ha la gamba ingessata e con lui ce ne sono anche altri malati (“Maestra, si vede dalle immagini!!!); quel signore è un dottore perché ha il camice e l’infermiera ha quella cosa strana in testa (è strana ma ha assunto già un significato preciso per loro). A questo punto faccio notare loro quanto sia complesso e intelligente il loro cervello che in pochissimo tempo ha dato una risposta elaborando tutte queste informazioni insieme e “Voi adesso l’avete smascherato e avete capito come funziona. Quando vi dovrete confrontare con nuove immagini, magari più complesse, ricordatevi che procedimento avete usato oggi. Come potreste fare?”. Capite bene che a questo punto starà a noi insegnanti stimolare il bambino a prendere coscienza dei procedimenti applicati e a fargli capire che una volta compreso il meccanismo sarà poi possibile applicarlo anche per altri “problemi” analoghi. È ovvio che nel caso dell’immagine – che può essere più o meno complessa – non sempre possiamo applicare alla lettera la codifica degli elementi che la compongono (entrano in gioco infatti sia gli aspetti connotativi che quelli denotativi) ma il risultato più importante l’abbiamo raggiunto: abbiamo utilizzato il pensiero computazionale e potremmo avvalercene in altre esperienze simili.
Questo tipo di esperienza può essere fatta in tutte le discipline, sta a noi trovare la nostra strada per mostrarla ai nostri alunni. In matematica io lavoro così da anni… e non ne ero consapevole. Quante volte da un’intuizione di un bambino siamo riusciti tutti a trarne giovamento grazie alla “consapevolezza condivisa” del come sia stato possibile arrivare a quella intuizione? Arrivare ad una soluzione nuova e non far cadere nel vuoto quella scoperta può diventare un tesoro per tutti se riusciamo a far capire al bambino e ai compagni come “ci si è arrivati”, che tipo di procedimento la nostra mente ha messo in atto. Si tratta, con domande mirate, attività ludiche e metodi studiati ad hoc, di permettere ai bambini (ma anche a noi stessi) di: imparare a condividere verbalmente i meccanismi attivati; diventare consapevoli del procedimento utilizzato; metabolizzare le strategie; trasformare l’esperienza in modo costruttivo per il futuro.
Molte volte, durante i percorsi laboratoriali e di scoperta in ambito matematico, ho sentito la frase “Maestra, questo sono riuscito a farlo anche se non lo sapevo!” oppure “Per risolvere questo mi è venuto in mente quel compito dell’altro giorno… anche se è un po’ diverso”. Queste per me sono occasioni da prendere al volo prima di tutto per far capire loro che la mente è grande e potente ma anche per scoprire insieme come sia stato possibile arrivare a quella soluzione e “svelare così i segreti della nostra mente”. I bambini si entusiasmano sempre molto quando si cerca di carpire segreti e svelare misteri… e il poterlo fare con quello strano oggetto che risiede nella loro testa diventa ancora più affascinante.
Questo per me, che sono solo all’inizio del corso, è il pensiero computazionale, è fare coding… è avviare il metodo. Trasformare un’intuizione in un procedimento costruttivo e riuscire poi ad utilizzarlo per altri problemi analoghi. Ma sono solo all’inizio quindi sono certa che scoprirò molto e molto di più. Credo di aver esplorato (e per di più in maniera inconsapevole) solo una minima parte del coding e non vedo l’ora di carpirne tutti i segreti perché lo sento molto nelle mie corde.

Per ora mi sento serena nell’affermare che i bambini acquisiscono naturalmente questo tipo di linguaggio, se stimolati nel modo giusto, anche per il tipo di meccanismo di apprendimento a cui il coding si rifà: i giochi ad incastro (i cari e vecchi puzzle) e i percorsi.
Ma questa è un’altra storia…

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5 thoughts on “Coding for everyone! Perché decidere di diventare insegnanti “computazionali”

  1. Ciao Michela, ottimo articolo! Concordo con te nell’affermare che il pensiero computazionale è un metodo. Esso infatti non è necessariamente correlato al coding (ovviamente in esso trova terreno fertile!), ma fa riferimento alla strutturazione di alcune attività. A dicembre proprosi una serie di giochi unplugged da far fare ai bambini per sviluppare in loro le connessioni logiche alla base del computational thinking : http://www.scuolaetecnologia.it/2015/12/22/francesca-lazzari/compiti-per-le-vacanze-si-ma-computazionali/
    Mi è piaciuto molto il fatto che hai portato come esempio l’illustrazione di una vignetta. Il pensiero computazionale proprio come il classico metodo scientifico parte dall’osservazione dettagliata di ciò che dobbiamo analizzare!! 🙂
    Francesca

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  2. Grazie Francesca per la riflessione e il link. Sono certa che potrò trovare nuovi spunti e idee. Queste per me saranno settimane esplorative e formative, tra giochi unplagged e percorsi in rete, ma anche un modo per mettermi alla prova. Mi stimola molto il fatto di provare a “rivoltare” le mie competenze informatiche (sono una ragioniera programmatice “pentita”) in qualcosa di didatticamente stimolante e creativo. Ti tengo d’occhio: il tuo blog mi sarà di grande ispirazione. Buon lavoro 🙂

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