Esistono i nativi digitali?

Si parla tanto di nativi digitali, di quanto sia entrata ormai nel DNA dei nati nel XXI secolo la capacità spontanea di apprendere le nuove tecnologie, di destreggiarsi con abilità con il linguaggio informatico a differenza di noi preistorici pezzi da museo cartaceo del secolo scorso (!). E pensare che fui la prima della famiglia ad armeggiare con il PC e i linguaggi di programmazione quando, nel 1991, decisi di iscrivermi alle scuole superiori. Finite le scuole medie i professori furono unanimi nel dire che avrei potuto scegliere qualsiasi scuola perché avevo ottimi voti in tutte le materie. Spiccavo soprattutto nella matematica e nelle discipline artistiche… ma l’idea del Liceo Artistico venne subito scartata dopo il monito di mio padre e si fece così avanti la strada per la matematica. Liceo Scientifico? E se poi la passione per lo studio fosse passata e non avessi voluto continuare con l’Università? In quegli anni nella mia famiglia… neanche l’ombra della laurea (fui la prima tra tutti e per ora, l’unica ad averne due di Lauree), quindi mio padre mi suggerì di intraprendere un percorso che potesse darmi “più possibilità”. In quegli anni nasceva un corso sperimentale all’Istituto Tecnico Commerciale che dal Biennio Sperimentale sino al Triennio Specialistico ti catapultava dritto dritto nel futuro: la programmazione (quello che oggi chiamiamo coding). Così, vuoi il fascino della novità… vuoi che l’informatica nei primi due anni veniva applicata alla matematica, vuoi che le discipline scientifiche erano ben approfondite… decisi di iscrivermi al Corso Programmatori. Trascorsi cinque lunghi anni tra diagrammi a blocchi, rotture di codice, linguaggi di programmazione, END or FILE ecc. Per me fu una noia mortale e, devo ammetterlo, non poche furono le difficoltà che incontrai al triennio. Proprio in quegli anni nacque in me la passione per la letteratura, la storia, il diritto e l’economia. Certo, imparavo a programmare e a usare il computer ma per anni ho pensato di aver proprio sbagliato percorso di studi. Sarà pure questo motivo che con l’università decisi proprio di cambiare indirizzo. Nonostante tutto ho lavorato da subito e proprio grazie al mio diploma di Ragioniera Programmatrice. Perché poi, alla fine, il computer lo sapevo usare. Imparavo velocemente l’uso di qualsiasi database o software nelle aziende per le quali venivo impiegata, ottenni il lavoro in banca proprio grazie alla mia specializzazione in informatica e, anche all’università, ho superato ogni volta gli esami di informatica. Sostenendo che questa disciplina non facesse per me… mi son fatta strada anche grazie ad essa. Altresì da insegnante – vincitrice di concorso grazie anche all’alto punteggio ottenuto al test di ingresso e alla prova finale dove l’informatica imperversava – mi sono spesso dovuta confrontare con le mie capacità. Così, in ogni istituto in cui sono capitata, mi son ritrovata – senza volerlo – a diventare un punto di riferimento per l’uso delle nuove tecnologie. E con il cinema? I documentari che ho girato e i lavori fatti per le scuole con i progetti cinema sono passati anch’essi per l’informatica: ho imparato a usare software di montaggio e a destreggiarmi con file di ogni tipo.

Eppure non mi sento una nativa digitale. Così, quando ieri mi sono messa davanti al mio computer portatile per fare il mio percorso su CODE.ORG, e programmare proprio come oggi imparano i ragazzini tra i banchi, ho avuto tentennamenti. Andavo spedita sì in alcuni punti ma su altri, devo ammettere, ho avuto bisogno di ritornarci su più volte. Eppure ricordavo perfettamente i blocchi utilizzati a scuola… ma qualcosa si era ovviamente arrugginito. Ok, normale… mi son detta. Ma arriva lo stupore. Di pomeriggio propongo lo stesso percorso a mio figlio di sette anni. Premetto che mio figlio non usa il computer, non utilizza videogames e trascorre il suo tempo giocando con le costruzioni, disegnando e ascoltando musica. Quindi può ritenersi non “digitalizzato”. Ma ama la matematica, i giochi logici e gli piace sperimentare… soprattutto con il PC (visto che a casa è considerato quasi un “oggetto del desiderio”). Gli mostro l’attività spiegandogli giusto il funzionamento dei blocchi e ricordandogli l’attività in unplugged fatta alcuni giorni prima sul coding. Lui prende in mano il mouse e inizia a leggere e spostare i blocchi (si programma in linguaggio visuale con la possibilità di vedere pure il linguaggio di programmazione usato e quindi tradotto). Con una facilità sconcertante riesce a completare tutti i 20 esercizi (molto più facilmente di quanto fossi riuscita a fare io prima di lui) e felice si accaparra il suo primo diploma di programmazione! Perché ci tiene proprio “Mamma, voglio stampare questo diploma e appenderlo in camera!!!”. Si è divertito un mondo e in più ha provato una grande soddisfazione. Anche mio figlio, evidentemente, è un nativo digitale.

Resta un punto importante da sviluppare e approfondire. Come affrontare la digitalizzazione a scuola? Certo, l’uso delle nuove tecnologie è diventato imprescindibile e proprio a scuola è necessario insegnare ad utilizzarle al meglio. E ritorno proprio su una questione per me importante e che riprende anche una mia riflessione scritta tempo fa (Di cosa parliamo quando parliamo di digitalePietro): è necessario educare alle nuove tecnologie. Certo, i ragazzi di oggi apprendono facilmente l’uso del computer e dei linguaggi di programmazione ma si pongono il problema di come essi possano diventare degli strumenti per migliorare la realtà e non solo consumarla voracemente? Ritengo che la scuola debba proprio fare questo e, come sempre, ritorniamo al discorso dell’importanza dello spirito critico. Perfetto il coding per stimolare e nutrire il pensiero divergente ma non da solo. Dobbiamo conoscere il nostro presente e sognare il futuro ma senza dimenticare noi stessi e il passato. Ricordarci sempre da dove veniamo e dove viviamo. Fare dell’esperienza della vita un punto di partenza e di arrivo in un ciclo costante. Andare dentro le cose e non solo utilizzarle in maniera sterile e frettolosa. Imparare a farci le domande per trovare le risposte criticamente. In questo modo possiamo crescere e tentare di portare avanti una società sana ed equilibrata senza essere fagocitati dai tasti play.

A tal riguardo consiglio un’interessante lettura dal blog 400 COLPI La pedagogia del tasto play.

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